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Full text of "Ombre E Luci N. 29 - 1990"

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OMBRE-LUCI 

RIVISTA CRISTIANA DELLE FAMIGLIE E DEGLI AMICI DI PERSONE HANDICAPPATE E DISADATTATE 



Fratelli responsabili? 


Trimestrale anno Vili n. 1 Gennaio Febbraio Marzo 1G90 

Spediz.: Abb. Post. Gruppo IV - 70% - Redazione Ombre e Luci - Via Bessarione 30 - 00165 Roma - 11 . 29 
















In questo numero 

Dialogo aperto 

1 

SORELLE E FRATELLI 

Forse è per mia sorella che sono « così » 

4 

Non carichiamoli di un peso eccessivo 

di Mariangela Bertolini 

5 

Sentivo crescere la mia responsabilità 

di Paola Mazzocchi 

9 

RADIOGRAFIA DI OMBRE E LUCI 

La vostra opinione 

11 

Chi siamo 

13 

Case... centri di accoglienza 

16 

Dall’Europa 

19 

LIBRI 

20 

VITA DI FEDE E LUCE 


Comunità F.L. d'Italia 

23 

Quel pane « fino... fino » 

23 

Anche in Honduras 

24 


ABBONAMENTO ANNUO L. 15.000 - SOSTENITORE L. 30.000 


Conto Corrente postale n. 55090005 intestato « Associazione FEDE E LUCE » Via Cola di 
Rienzo, 140 - 00192 Roma 

Riempire il modulo con la massima chiarezza, possibilmente in stampatello, cognome, 
nome, indirizzo e codice postale. 

Precisare, sul retro, che il versamento è per abbonamento a OMBRE E LUCI. 


Trimestrale anno Vili n. 1 Gennaio Febbraio Marzo 1990 

Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 19/83 
Direttore responsabile: Sergio Sciascia 

Direzione e redazione: Mariangela Bertolini, Nicole Schulthes - Natalia Livi 
Servizio abbonamenti: Cristina Di Girardi 

Redazione e Amministrazione: Via Bessarione, 30 - 00165 - Roma - Tel. 636106 - mercoledì 
- venerdì - sabato 9.30-12.30 

Fotocomposizione: Videograf Roma 

Stampa: Ugo Quintily - S.p.A. - Via Di Donna Olimpia, 9 - Roma 





















Grazie, siete 
un vero aiuto 


Desidero ringraziarvi per 
la vostra rivista che è vera¬ 
mente sensata e utile a mol¬ 
te famiglie che si trovano ad 
avere bambini con vari han¬ 
dicap, in particolare psichici. 
Vi ringrazio di. cuore a nome 
di tutte le persone che fa¬ 
ranno tesoro dei vostri con¬ 
sigli, suggerimenti, appog¬ 
gio morale, esempi pratici 
ed esperienze reali che voi 
presentate attraverso geni¬ 
tori che hanno vissuto in pri¬ 
ma persona periodi difficili e 
che poi, incontrando le per¬ 
sone giuste sono stati aiuta¬ 
ti a superare certe barriere e 
a ritrovare un iter giornalie¬ 
ro tranquillo e sereno anche 
con un bimbo handicappato. 

Un grande grazie anche 
perché nella vostra rivista si 
sente la presenza cristiana. 
Abbiamo tanto bisogno di 
far sentire l’amore di Dio al 
prossimo come prima regola 
della nostra rivista di cristia¬ 
ni. 

L’ultimo numero parla del¬ 
la prevenzione dei bambini 
sordi. Mi permetto di allega¬ 
re copia di un lavoro fatto a 
Como nel 1977 dal C.D.T.. È 
stata un’iniziativa stupenda 
che ha dato poi un ottimo ri¬ 
sultato. Forse vi interesserà. 
Approfitto per mandarvi l’in¬ 


dirizzo di persone che si in¬ 
teressano a questi problemi. 

Con i più cordiali saluti e 
tutta la mia simpatia. 

Annita Viola (Chiavari) 

Grazie per averci fatto co¬ 
noscere un’iniziativa davve¬ 
ro interessante e che po¬ 
tremmo far conoscere ai no¬ 
stri lettori. 


Scelte giuste 


Vi ringrazio per le copie 
saggio della rivista Ombre e 
Luci che mi avete inviato. 

Ho apprezzato la rivista 
nel suo complesso ma in 
modo particolare il n. 3 che 
si riferisce principalmente al 
problema della sordità. 

Ritengo che dedicare ogni 
numero ad un handicap pre¬ 
ciso con eventuali nuove 
prospettive, sia in campo 
medico che di inserimento 
nel mondo del lavoro, sia 
molto valido e comunque co¬ 
stituisca un arricchimento 
per tutti. 

Ho gradito anche lo stral¬ 
cio di alcuni passi del libro 
« Una giornata con me » che 
mi ha portato a riflettere su 
questa realtà. 

Ho deciso pertanto di in¬ 
viare un abbonamento alla 
vostra rivista non soltanto 
per me, ma anche per una 
cooperativa per handicappa¬ 


ti che opera nella mia città 
(AIES). 

È un modestissimo omag¬ 
gio per questi ragazzi affin¬ 
ché trovino interesse, soli¬ 
darietà ed amicizia nella vo¬ 
stra rivista. 

Rosanna (Lanciano) 


Vorrei sentire 
altre voci 


Anna Maria è una ragazza 
di 29 anni; all’età di 11 anni 
è scoppiata la sua malattia; 
per i nostri genitori e per 
noi, fratelli e sorelle è stato 
un colpo, uno shock. Da allo¬ 
ra è cominciato il nostro cal¬ 
vario. 

Psichiatri e ospedali i no¬ 
stri punti di riferimento. Dia¬ 
gnosi: sindrome dissociati¬ 
va, psicosi. 

Vorrei raccontare la mia 
storia senza sentirmi una 
vittima, vorrei urlare a tutti 
la mia sofferenza senza es¬ 
sere giudicata e ora final¬ 
mente ho incontrato qualcu¬ 
no che è pronto ad ascoltar¬ 
mi. 

La vita dove si muove un 
handicappato psichico non è 
più vita; fai di tutto per sen¬ 
tirti una persona normale e 
non lo sei; i condizionamenti 
sono talmente tanti che alla 
fine ci rinunci; la speranza, il 
desiderio di lottare si frantu¬ 
mano ben presto e il senti¬ 
mento dell’impotenza ti 

1 









piomba addosso. 

« Devi pensare alla tua 
vita, non puoi sacrificarti » 
sono le parole degli amici. 
Ma è proprio così che si deve 
fare? Si vive bene lo stesso 
facendo finta di niente? Io 
non ci sono riuscita. Perché? 
Ho anteposto gli interessi di 
mia sorella ai miei, ho ante¬ 
posto le sue esigenze alle 
mie e, a volte, a quelli della 
persona che amavo. Ho agi¬ 
to bene così? Ho sentito i 
dettami della mia coscienza 
pensando di fare bene. Il 
mio ragazzo non ha capito, 
si è sentito in secondo pia¬ 
no, poco importante per me 
e mi ha accusata di menefre¬ 
ghismo. 

Vorrei sentire altre voci su 
questo argomento, altre 
esperienze per non sentirmi 
sola in questo mondo egoi¬ 
sta e indifferente. 

Vincenza Cavaliere 
c/o Edizioni ADV 
Via Chiantigiana 30 

50023 Fai ciani Impruneta FI 


Qualcuno dei nostri lettori 
o lettrici saprà rispondere a 
Vincenza per dirle il proprio 
parere sull'argomento da lei 
sollevato? 

Ombre e Luci ha già rispo¬ 
sto personalmente. 


Questo è il modo! 


In data odierna ho effet¬ 
tuato un modesto versa¬ 
mento sul vs ccp. dopo aver 
ricevuto la vostra rivista che 
ho molto apprezzato. 

Non so chi vi abbia fornito 
il mio indirizzo, ma comun¬ 
que lo ringrazio perché mi 
ha dato modo di conoscervi. 

A mia volta vi segnalo due 
nominativi di persone che 
conosco interessate ai pro¬ 
blemi di persone disadattate 
di Lanciano. 

A.M.R. Lanciano 

Questo è il modo con cui 
Ombre e Luci si propaga qua 
e là per 1'Italia. Cogliamo 


l'occasione per ringraziare 
quanti ci mandano nomina¬ 
tivi di persone interessate a 
ricevere la rivista gratuita¬ 
mente per un certo periodo 
e invitiamo i lettori a darsi 
da fare soprattutto quelli 
che non l'hanno mai fatto. 

Grazie all'amica di Lancia¬ 
no. 


Volontari 
della sofferenza 


Carissimi, 

quando ho ricevuto e, con¬ 
seguentemente letto — tut¬ 
to d’un fiato — la vostra rivi¬ 
sta, m’è sorto spontaneo il 
desiderio di scambiarci le 
idee: se vi sta bene, fatemi 
sapere, per favore, vi spe¬ 
diamo il nostro giornalino 
« Samaritani... oggi » che 
parla delle attività del Cen¬ 
tro Volontari della Sofferen¬ 
za della diocesi di Novara. 

La nostra Associazione è 
stata fondata da mons. Luigi 


Lettere sbagliate 

Può accadere per i tempi postali o per scambi di etichette che alcuni di 
voi, pur avendo rinnovato l'abbonamento, ricevano una lettera di invito a 
pagare l’abbonamento. Vi preghiamo di scusarci. 


2 











Novarese nel 1947. Non sto 
qui a spiegarvi tutto per non 
annoiarvi... comunque egli 
ha intuito e vissuto il « valo¬ 
re salvifico della sofferen¬ 
za » e noi cerchiamo di por¬ 
tare avanti questo concetto 
tra gli ammalati e i sani. 

Altra caratteristica di que¬ 
sto Aspostolato è, che è 
l’ammalato che deve farsi 
apostolo e portatore lui, in 
prima persona con l’aiuto 
dei fratelli sani, la testimo¬ 
nianza di una vita sofferta e 
vissuta nell’amore; offerta 
perché, se offerto, il dolore 
costa meno e vale di più: per 
carità, il nostro non è un di¬ 
scorso masochista come 
suggerisce equivocamente il 
nostro nome o di accettazio¬ 
ne statica e sottomessa, 
bensì una nuova dimensione 
del soffrire, vedendo il dolo¬ 
re sotto un altro punto di vi¬ 
sta: con l’occhio della fede. 

Tutto ciò nel caso di han¬ 
dicappati fisici perché, pur- 


Ombre e Luci 
è per aiutare 
per capire 
per conoscere 
per non lasciare 
soli 


troppo nel caso di persone 
ferite nella mente il discorso 
cade: in questi casi, e sono 
tanti, sempre di più, la no¬ 
stra assistenza e vicinanza è 
assicurata e li seguiamo con 
tanto amore credendo fer¬ 
mamente che Dio li raggiun¬ 
ge anche se non ci pare, e 
attraverso di loro ci dà i più 
grandi segni d’amore. Però, 
se i genitori, familiari o chi li 
cura accettano questa visio¬ 
ne delle cose, entra nel pia¬ 
no di salvezza redentiva. 


Tanto per mettervi a cono¬ 
scenza di un’altra associa¬ 
zione che lavora nel campo 
ecclesiastico: « nella vigna 
del Signore » sono chiamati, 
indistintamente, tutti... che 
siano poi pochi quelli che ri¬ 
spondono, è un’altra cosa! 

Nella certezza di essere 
nel cuore di Cristo e che le 
lacrime che bagnano il no¬ 
stro viso sono le stesse che 
bagnarono il Suo, sostenia¬ 
moci a vicenda con la pre¬ 
ghiera affinché riusciamo ad 
imprimere un po’ di umani¬ 
tà, di solidarietà, di amore a 
questo sempre più povero 
mondo. Affettuosi saluti. 

Paola Pettinaroli 

Via Frera 1S - 28010 Bolzano 

Novarese NO 

Abbiamo già risposto per¬ 
sonalmente a Paola. Abbia¬ 
mo messo il suo indirizzo nel 
caso qualche lettore volesse 
scambiare le proprie idee 
con lei su quanto scrive. 


« Quale tipo di integrazione 

per gli adolescenti portatori di handicap » 

È il tema della conferenza che Leonardo Fulgosi, direttore del Centro 
Camphill “Fondation Perceval" di St. Prex, Svizzera, terrà il 5 maggio 
1990, ore 17.30, presso la sede di Roma della Società Antroposofica 
Italiana, in Via Aurelio Saliceti 7. 

Si sottolinea l’interesse dell'argomento e la particolare esperienza 
dell’oratore. 










Sorelle 
e fratelli 
responsabili 
purché liberi 


Forse è 

per mia sorella 
che sono “così” 


Ho tanto tardato a scrivervi perché... 
ho dovuto trovare il coraggio per farlo. 
Quando trovi persone che ti capiscono, 
si stenta a crederci e comunque poi ti 
accorgi che ti sveli troppo, rendendo 
note la tua fragilità e la tua sensibilità. 
Oggi è pericoloso scoprirsi, si può 
facilmente essere calpestati. 

Forse è colpa mia; pretendo che gli altri 
si facciano avanti quando io stessa ho 
paura di fare il primo passo, ma per me 
è difficile; il pericolo di non essere 
accettata mi spaventa troppo! 

Forse è per mia sorella che « sono 
così »: voglio dire, ho paura che non 
possano accettarla e me con lei. Io non 
mi faccio grandi problemi a suo 
riguardo, anzi è per me indispensabile, 
ma mi rendo conto che verso gli altri 
sono ipercritica e sempre sulle 
difensive. Forse è mia presunzione 
credere che ho superato certe cose e 
che ora sono forte, ma poi ho capito che 
non è così... mi accorgo che ho calato 
molti veli... 

In casa siamo sole: mia madre, mia 
sorella ed io. A volte la tensione che si 
crea, è più forte di noi e genera 
sentimenti di disperazione taciti, che ci 
nascondiamo .... a vicenda. Quando 
quei momenti passano, ridiamo 
insieme di ogni sciocchezza 
interamente e col cuore. È un'altalena 
di sentimenti che ho paura possano 
rivelarsi distruttivi. Forse tutto ciò 
nasce dalla presunzione che gli altri 
non abbiano di questi problemi e che 
siano felici! 

Com 'è arduo conquistarsi la felicità, 
che dico, almeno un po' di serenità: 
quella sete di calma di spirito che urge 












in me e si placa solo quando dipingo o 
leggo o penso a Londra (la mia 
passione sono le lingue, specialmente 
l'inglese), immagino il mio futuro che 
spero migliore del passato e anche del 
presente. 

Che la soluzione sia il non pensarci? 

Il mio principale difetto è riflettere 
troppo; forse è colpa della 
responsabilità che ho avuto fin da 
piccola di essere figha quasi unica. 
Questo perché i miei contano su di me, 
e sul mio successo: li ripagherebbe per 
il dolore patito a causa di mia sorella. Io 
credo che sia anche egoismo da parte 
loro perché specie mia madre è 
iperprotettiva e si preoccupa sempre 
per quello che faccio! (Convincerla a 
lasciarmi andare in Inghilterra... è 
semplicemente estenuante). 

Ho sempre pensato, specie negli ultimi 
anni, a quello che vivo: ogni mia azione 
è frutto di attento esame sui prò e sui 
contro. Credo di non essermi mai 
veramente divertita: non ho mai fatto 
« pazzie » seppure innocenti; credo di 
essere stata sempre un po' adulta 
senza virtù e con tanti difetti. Questa 
affezione totale di mia madre mi 
costringe a rinunciare a cose che pur 
senza conseguenze, non sono quali 
vorrebbe, privando me di esperienze 
importanti e rendendomi incerta. Lei 
vuole che io abbia tutto ma a modo suo. 
Per i miei studi e per il mio futuro 
invece, ho bisogno di andare all'estero 
ma lei non ci sente da quell'orecchio. 
Se le rinfaccio il fatto che vuole tenermi 
legata a sé, lei dice che non è vero e 
che sono io che voglio lasciarla sola... 
sono infinite discussioni. Lei non si 
rende conto che per me la famiglia è 
tutto per quella sfiducia che ho negli 
altri (e provata!) e che non potrei mai 
rinnegare i suoi insegnamenti e il suo 
affetto... ma è difficile farglielo capire. 

T.M. 69 


Mia madre, mia sorella e io. Talvolta 
la tensione che si crea è più forte di 
noi e genera una disperazione tacita 


Ma non 
carichiamoli 
di un peso 
eccessivo 

di Mariangela Bertolini 

« Non so perché, è stupido, e mi fa 
rabbia, ma ancora me ne vergogno! ». 
Così scriveva, anni fa, una sorellina di 
un ragazzo Down per dire che non 
riusciva ad invitare a casa a studiare i 
compagni di scuola. 

È giusto parlare di « vergogna » o non 
sarebbe meglio parlare di disagio, di 
timore che « gli altri » non sappiano 
capire quel legame così stretto e 
naturale che si è costruito fin da 
piccoli; o di paura della « presa in 
giro » che offenderebbe fin nel 
profondo lui e lei? 

La lettera e la testimonianza riportata 
esprimono solo in parte la situazione in 
cui si vengono a trovare fratelli e 
sorelle di persone portatrici di 
handicap. Situazione che si aggrava 
quando in casa si è solo in due, uno 
« sano » e l’altro handicappato, perché 
allora il confronto è spontaneo e 
continuativo; le aspettative dei 
genitori verso il primo sono maggiori, 
tacite, ma evidenti e comprensibili. 

Il poterne parlare a cuore aperto è così 
difficile : « come vuoi che parli della mia 
pena e dei miei problemi ai miei 
genitori? Loro hanno già sofferto 
abbastanza; io non mi sento di caricarli 
anche con le mie storie. E poi, non so se 
potrebbero capire... ». 

Così avwiene spesso che la sofferenza, 


5 




E normale allora sentirsi soffocati ; 

incapaci di godere la vita 
spensierata a cui si ha diritto anche 
se si vuole gran bene a quel fratello 
o a quella sorellina 


il disagio, l’insicurezza dei fratelli e 
sorelle viene sottintesa; non se ne 
parla né in casa né fuori. So di ragazzi 
che hanno nascosto per anni la 
presenza di un fratello o di una sorella 
con handicap ai compagni, agli amici, 
agli insegnanti. 

So di fratelli e sorelle che, giunti all’età 
adulta, si sono trovati ad affrontare la 
vita, il lavoro, gli affetti, l'amore con 
molte difficoltà psicologiche dovute in 
gran parte al non aver potuto vivere in 
pienezza la fanciullezza, l’adolescenza: 
l’atmosfera carica di pesantezza in 
famiglia, i confronti, le responsabilità 
portate troppo presto o subite in 
silenzio; la dedizione dei genitori 
riversata troppo sul fratello più fragile; 
le preoccupazioni vissute in modo 
drammatico perché non spiegate; 
l’affanno per il futuro scaricato su di 
loro con accenni sbagliati, anche se 
buttati lì senza troppo riflettere:» Ci 
penserai tu, vero, quando io non ci sarò 
più? ». 

E normale allora sentirsi schiacciati, 
soffocati, incapaci di godere 
pienamente la vita spensierata cui si 
ha diritto anche se si è fratelli o sorelle, 
anche se si vuol un gran bene a quel 
fratello o a quella sorellina. 

Ma non è giusto e va detto. Va trovato 
il modo per parlarne prima che sia 
tardi. Non è cosa facile e fa parte della 
vita di famiglia condividere un fardello 
del quale nessuno ha colpa. Ma... ci 
sono dei ma che richiedono attenzione, 
cura, sincerità. 

Non ho la pretesa di offrire in poche 
righe il rimedio ad un problema che 
varia per ogni famiglia e che andrebbe 
seguito caso per caso. 

Non ho intenzione di addossare altra 
colpevolezza sulle spalle dei genitori 

6 


già così carichi di preoccupazioni e di 
angosce. 

Vorrei soltanto cercare di mettere in 
evidenza gli sbagli da evitare: potranno 
servire per rifletterci, discuterne in 
casa o con gli amici; per aprire un 
dialogo con loro, i diretti interessati. 

Le vostre reazioni, aggiunte, richieste, 
interventi, commenti su questo tema 
così delicato e importante, saranno 
sempre ben accette ed eventualmente 
pubblicate. 

Ecco allora qualche punto fra i tanti che 
si potrebbero elencare: 

— Saper parlare dell’handicap del 
fratello o della sorella, saper dire la 
verità il prima possibile; con poche 
frasi, chiare, spiegare quanto più è 
possibile i postumi lasciati da una 
malattia, da un parto difficile, da un 
virus; oppure, se l'handicap rimane 
misterioso anche ai medici, dire 
ugualmente che si tratta di un male di 
cui non si conoscono le origini o le 
cause e la terapia. 

Queste spiegazioni serviranno ai 













fratelli, ma anche ai genitori. 

È così importante saper chiamare le 
cose con il proprio nome perché allora 
tutta la famiglia potrà guardare la 
realtà bene in faccia e sdrammatizzare 
quell’atmosfera carica di incertezza 
che pesa, a volte, così fortemente sulle 
spalle dei più giovani. 

Sarà bene dire agli altri figli — dopo 
aver chiesto lumi a medici competenti 

— che non ci sarà pericolo per eventuali 
loro bambini. 

Il più delle volte, infatti, non si tratta di 
malattie ereditarie. 

Questo servirà per accennare con loro 
l’argomento « fidanzamento- 
matrimonio » rassicurandoli che 
troveranno certamente qualcuno che li 
amerà anche se fratelli o sorelle di 
persona handicappati; che il farsi 
amare da qualcuno dipende dal grado 
di amabilità che si suscita nell’altro 
molto più che dall'avere o meno un 
fratello « diverso ». 

— Tutti i genitori desiderano che i figli 


vadano bene a scuola. È un desiderio 
normale ma non è normale pretendere 
che i figli vadano per forza bene a 
scuola soprattutto perché fratelli di un 
giovane o di un bambino che a scuola 
imparerà ben poco... 

Mi semba un « ricatto morale » dire alla 
propria figlia: « Almeno tu dammi 
questa soddisfazione! ». Ci sono tanti 
ragazzi, soprattutto adolescenti, che 
fanno fatica ad avere la sufficienza in 
tutte le materia. A maggior ragione, 
non c’è nulla di strano che questo 
avvenga anche a chi... ha un elemento 
in più per non andare proprio a gonfie 
vele. 

— È naturale chiedere qualche aiuto in 
casa ai figli, anzi è educativo 
pretendere che ognuno faccia la sua 
parte. Mi pare però che con i figli — 
fratelli o sorelle di p.h. — si oscilla fra 
due tendenze: o non chiedere nulla, 
anzi gratificarli con ogni genere di 
permessi, di doni eccessivi, per aiutarli 
a sopportare meglio la situazione, o 
chiedere troppo, soprattutto in 

« presenza » accanto al fratello h., per 
paura di vederli sfuggire ad una 
responsabilità che si vuole condividere 
ad ogni costo. Ambedue le tendenze 
vanno, a mio avviso, ridimensionate 
anche se so bene che non è cosa facile ; 
è molto difficile trovare il giusto 
equilibrio, e ancor più difficile è 
accorgersi se si sta pendendo dall’una 
o dall’altra parte. Sarà bene parlarne 
con persone amiche, quelle vere, alle 
quali chiedere non solo di dire quello 
che pensano in proposito, ma che si 
facciano intermediare fra voi e i figli. 
Questi ultimi, spesso, parlano di questi 
argomenti più facilmente con degli 
amici che con i propri genitori. 

— « E quando noi non saremo più 


sorelle 
e fratelli 
responsabili 
ma liberi 












La mia 
preghiera 

Signore, amante della vita, 
aiuta i più deboli. 

È molto dura la vita 

a non andare a scuola; 

non c'è niente che si possa fare. 

Io odio la solitudine 
e di stare senza amici. 

Che è molto bello avere 
veri amici della scuola lì 
che voglio avere. 

Come faccio 
andare avanti... 

Io ho bisogno di fare 
nuove amicizie, 
ma come si fa, 
dimmelo tu. 

Tu sei l'unico che stai in me; 
aiutami nei momenti 
meno attesi 

dammi la tua fede per favore. 

Per favore, come faccio 
se non te, 
come farei... 
dammi tu un consiglio 
dimmelo nel cuore 
che ti sento. 

È molto importante quello 
che mi vuoi dire: 
forse è il consiglio buono 
come sei tu 

buono, caro e simpatico 
e affettuosamente bello; 
aiutami almeno tu. 

Tiziana di Primio 


qui? » Questa domanda che assilla in 
modo angoscioso tutti i genitori di un 
figlio handicappato, finisce spesso per 
ripercuotersi sulle spalle dei fratelli, 
più spesso delle sorelle. 


Ho conosciuto diverse sorelle che, 
senza averlo liberamente scelto, hanno 
accantonato fin dall’adolescenza l’idea 
di sposarsi perché « costrette 
dall’amore a rimanere accanto a lui ». 
Sono molte più di quanto si immagini. 
Se questo avveniva nel passato, mi 
sembra importante usare tutta la forza 
e la convinzione possibile perché 
queste « imposizioni d’amore » non 
avvengano più oggi. Se ci sarà questa 
vocazione — ed è possibile che ci sia — 
sarà da vagliare in profondità da parte 
di una persona estranea alla famiglia, 
competente e capace di discernere se 
si tratti di una libera scelta. 

Ma perché non darsi da fare fin che si 
è giovani genitori per provvedere alla 
sistemazione del figlio con handicap in 
tempo per non far cadere più tardi 
quest’onere sugli altri figli? 

Perché non unirsi ad altri genitori per 
sollecitare che questi servizi vengano 
approntati con urgenza da parte delle 
autorità competenti o, per anticipare i 
tempi, delle associazioni di genitori, 
per non addossare ulteriore peso sui 
fratelli e le sorelle già tanto provati? 
Immagino le reazioni violente di alcuni 
di voi a queste mie domande, che 
possono sembrare retoriche. So molto 
bene che la situazione attuale, così 
carente in questo campo, non lascia 
intravedere un filo di speranza. Ma 
sono convinto che non è lasciando 
correre il tempo che il problema de 
futuro del vostro figlio si risolve; e 
nemmeno nutrendo la speranza che ci 
penseranno i suoi fratelli o sorelle a 
meno che non lo abbiano liberamente e 
apertamente scelto. 

A loro spetterà comunque il compito di 
vegliare a che fratello o sorella 
handicappati siano tenuti bene, 
rispettati, seguiti, in un clima sereno e 
dignitoso; di andare a trovarli 
regolarmente e portarli con sé ogni 
tanto per una vacanza o per una festa 
in famiglia. Ma non più di questo, 
perché sarà già un impegno importante 
da assolvere e che faranno con 
maggiore disponibilità proprio perché 
liberi di volergli bene nella misura 
giusta. 


8 





sorelle 
e fratelli 
responsabili 
ma liberi 


Sentivo 
crescere 
la mia 

responsabilità 

di Paola Mazzocchi 

Avevo sei anni quando è nata Anna 
Maria. La gioia di avere una sorella con 
cui giocare e crescere in allegria fu pre¬ 
sto funestata dalla coscienza che la sua 
malattia non sarebbe stata qualcosa di 
transitorio, ma lavrebbe accompagnata 
per tutta la vita. 

Le sue difficoltà di crescita e di comu¬ 
nicazione ben presto cominciarono a 
condizionare la nostra vita familiare. 

AlLinizio io percepivo solo che questa 
sorellina tanto carina, ma più debole 
delle altre bambine, aveva maggior bi¬ 
sogno di assistenza e di impegno. Cre¬ 
scendo, pian piano, mi resi conto che 
molto si sarebbe potuto fare per miglio¬ 
rare una sua certa autonomia ma i tem¬ 
pi non erano maturi per aiutare i bambi¬ 
ni come lei nel recupero delle così dette 
capacità residue. 

Ho davanti a me Vimmagine di mia 
madre che peregrina da un dottore al¬ 


l’altro nella speranza di riuscire ad otte¬ 
nere dei risultati. 

Presto fu chiaro che questa creatura, 
che pure a me sembrava avere molte 
potenzialità, non avrebbe potuto conta¬ 
re su strutture riabilitative adeguate. 

Mentre mia madre si rassegnava pro¬ 
gressivamente ad avere un’invalida ir¬ 
recuperabile, dentro di me sentivo cre¬ 
scere la responsabilità nei suoi confron¬ 
ti. 

Dapprima era solo l’attenzione ad evi¬ 
tarle situazioni pericolose; poi, matu¬ 
rando in parte le sue facoltà psicologi¬ 
che ed instaurandosi fra noi un discorso 
seppure elementare, il problema del 
suo futuro diventava sempre di più le¬ 
gato a quello del mio. 

L’affetto che, sempre più responsabi¬ 
le, mi legava a lei, non poteva farmi 
pensare di interrompere questo rappor¬ 
to che, anche se elementare per via del 
suo handicap, si arricchiva sempre di 
più, sostanziandosi in uno scambio di 
valori che erano sempre più importanti. 

Mi accorgevo che dandole la mia at¬ 
tenzione, riflettendo sui modi di riuscire 


Paola (a destra) e Anna Maria (a sinistra), molti 
anni orsono. Nella pagina seguente, Paola (con 
gli occhiali da sole) e Anna Maria (a destra) 
vent’anni dopo, insieme alla loro mamma e ai figli 
di Paola 







...e acquistavo una visione della vita 
più ampia e più profonda dei miei 
coetanei che non avevano questo 
problema 


a comunicare sempre meglio con lei, an¬ 
che la mia personalità cresceva e si ar¬ 
ricchiva, mentre acquistavo una visione 
della vita più ampia e più profonda dei 
miei coetanei che non avevano questo 
problema. 

Prendevo coscienza che la realtà di 
persone umane non autosufficienti sul 
piano fisico e psicologico aveva quasi 
un che di provvidenziale; quasi che la 
loro esistenza ci costringesse ad uscire 
dal nostro individualismo recuperando 
a noi stessi valori umani di sohdarietà e 
di innocenza che altrimenti potevano 
perdersi nella ricerca esasperata di un 
egoismo sterile. 

Negli anni questa convinzione si è an¬ 
data sempre più rafforzando con l’espe¬ 
rienza. Oggi, dopo la morte dei miei ge¬ 
nitori, il mio senso di responsabilità ver¬ 
so Anna Maria si è andato sempre più 
arricchendo; ormai la mia vita è talmen¬ 
te intrecciata con la sua, ed è talmente 
grande la sua fiducia ed il suo conside¬ 
rarmi come suo ultimo punto di riferi¬ 
mento, che la mia responsabilità si è 
trasformata in una sorta di maternità 
disincarnata ed allargata anche a tutti 
coloro che come lei soffrono e vivono 
una vita diversa. 

Questo allargamento del mio senso di 
responsabilità mi ha portato, negli anni, 
ad impegnarmi attivamente nelle asso¬ 
ciazioni che raggruppano genitori e pa¬ 
renti di portatori di handicap. 

Purtroppo devo dire che oggi che mia 
sorella è adulta ed è rimasta orfana, la 
situazione delle strutture di sostegno 
alla famigha e di riabilitazione non è 
cambiata di molto specialmente nella 
città di Roma. 

Qui appunto mancano del tutto quel¬ 
le strutture residenziali, come comunità 
alloggio o case-famiglia in ogni circo- 
scrizione, che consentirebbero agli orfa¬ 
ni handicappati di rimanere nel loro ter¬ 



ritorio, di conservare i legami affettivi 
con i fratelli e l’ambiente, senza pesare 
in modo insostenibile su di loro. 

Proprio per consentirle la vita nel suo 
quartiere, alla morte dei miei genitori, 
ormai da sette anni, ho assunto il ri¬ 
schio — che considero ancora provviso¬ 
rio — di lasciarla nella sua casa, orga¬ 
nizzandole un’assistenza che, anche se 
parzialmente pubblica (in quanto Anna 
Maria frequenta un centro diurno) è per 
lo più privata, con costi altissimi in de¬ 
naro, ma ancor di più con un impegno 
gravosissimo da parte mia che pure ho 
famiglia da accudire, e da parte di mia 
sorella suora che ha anch’essa i suoi do¬ 
veri come appartenente ad una comuni¬ 
tà. 


sorelle 
e fratelli 
responsabili 
ma liberi 


io 










RADIOGRAFIA DI OMBRE E LUCI 

La vostra opinione 

Ogni numero di « Ombre e Luci » ci permette, nelle pagi¬ 
ne dedicate alle lettere, in « Dialogo Aperto », uno scambio di 
idee sulle nostre riflessioni, sulle nostre speranze e sulle no¬ 
stre attività. Qui i lettori imparano a conoscersi reciprocamen¬ 
te e, in questo senso, a sentirsi più uniti. 

È per questa ragione che vogliamo mettere tutti al cor¬ 
rente, per quanto lo spazio ci concede, su alcuni dei risultati 
dell’inchiesta che facemmo tempo fa fra i lettori della nostra 
rivista. Avevamo bisogno di sapere quale fosse la loro opinio¬ 
ne su di essa, come migliorarla, cosa approfondire e come 
continuare il nostro lavoro tenendo presenti le risposte rice¬ 
vute. 

Ricevemmo molte lettere, precise, affettuose, incorag¬ 
gianti. Sentimmo che « Ombre e Luci » rappresentava per 
tanti un punto di sohdarietà, una spinta alla propria crescita 
personale e rehgiosa e una fonte utile di informazioni e di sug¬ 
gerimenti. .Sentimmo che era uno stimolo a « darsi da fare » 
per aiutare più e meglio « le persone ferite », come scrisse 
una assistente sociale. Ciò derivava in gran parte dalle testi¬ 
monianze e dalle esperienze presentate, dagli articoh di fon¬ 
do, dalla rubrica dedicata alle lettere. « Pensavo che i nostri 
problemi fossero soltanto nostri », scrisse una mamma. E 
un’altra: « pensavo di essere la sola a soffrire ». 

Avevamo domandato ai lettori di dirci se « Ombre e 
Luci » fosse stato loro utile e in quale occasione. Un papà ri¬ 
spose: « quando mi sono sentito un po’ giù pensando al futu¬ 
ro del mio bambino, a come impostare la sua educazione e in 
qualche altra occasione. Leggendo « Ombre e Luci » ho con¬ 
statato che non c’ero solo io come genitore ad avere simili dif¬ 
ficoltà e ho capito che anch’io potevo mighorare il rapporto 
con il mio bambino e con me stesso ». Un altro papà: « in oc- 




11 


FIN DAI PRIMI PASSI 



























RADIOGRAFIA DI OMBRE E LUCI 


casione di tristezza e depressione ma anche di gioia nel vede¬ 
re il bene che viene fatto a « questi più piccoli ». Un'insegnan¬ 
te: « ho insegnato per tre mesi a dei ragazzi handicappati di 
una scuola media e la lettura di alcuni articoli mi ha aiutata a 
comprenderli meglio e a "insegnare" in modo giusto senza 
“costringerli", ma rispettando i loro tempi. Grazie ». Un'altra 
insegnante: « Ombre e Luci » mi è sempre di grande aiuto. Il 
racconto delle vicende vissute in prima linea dai genitori dei 
ragazzi handicappati, l'esempio datomi dal loro comporta¬ 
mento di un cristianesimo in atto, la conoscenza di persone 
che aiutano in ogni modo queste famiglie, mi incoraggiano ad 
accettare le mie pene... ». Una suora: « Ho avuto, e con me 
tutta la comunità, indicazioni utili per affrontare e indirizzare 
persone con diversi handicap psicofisici e le loro famiglie che 
si erano rivolte a noi per aiuto spirituale ». 

L'aspetto informativo di « Ombre e Luci » era particolar¬ 
mente incoraggiato e messo in rilievo da genitori, volontari e 
professionisti. Una signora ad esempio scrisse: « mi ha fatto 
conoscere l'iniziativa dei centri famiglia, perciò ora con altri 
genitori di handicappati si pensa di riuscire a formare un cen¬ 
tro simile per i nostri ragazzi che sarà molto utile — indispen¬ 
sabile — quando resteranno soh ». Uno studente: « mi ha aiu¬ 
tato nell'approfondimento delle tematiche per il mio lavoro 
con handicappati e con assistenti di handicappati e per consi- 
gh e informazioni su centri e modi di vita in comunità ». Una 
casalinga: « Ho imparato tanti aspetti della vita che non cono¬ 
sco e forse non avrai mai conosciuto senza leggere e sapere 
ciò che voi dite ». Un'altra signora ringraziò per « le informa¬ 
zioni su handicap e di carattere educativo da trasmettere a 
conoscenti e amici e per le riflessioni per gruppi “Fede e 
Luce" (articoli da far leggere singolarmente e in gruppo) ». 



12 


















RADIOGRAFIA DI OMBRE E LUCI 


E dopo sei anni ci sembra giusto dirvi: 

chi siamo 


A Ombre e Luci coUaborano molte 
persone: genitori di figli portatori di 
handicap, amici di ogni età, qualche 
professionista, educatore, sacerdoti, 
catechisti... 

La rivista ha, come è ovvio, al centro 
del suo esistere, la persona con handi¬ 
cap, alla quale si dà la parola quando è 
possibile, o a nome della quale altri 
parlano. 

Ci sono poi i membri della redazione 
e della segreteria, ognuno con il suo 
incarico preciso (che, a volte, non è poi 
così preciso). 

In ordine alfabetico sono: 

BERTOLINI Mariangela: genitore di 
persona handicappata; sposa e madre 
di tre figli; ex insegnante di lettere; 
fondatrice di Fede e Luce in Italia: 

— è addetta alla ricerca e alla scelta 
degli articoli 

— tiene i contatti con le persone 
che possono scrivere per Ombre e Luci 

— risponde alle lettere e alle richie¬ 
ste che arrivano in redazione 

— cura l’editoriale della rivista 

— tiene in ordine la contabilità del 
giornale. 

CECCARONI Laura: amica, di pro¬ 
fessione dietologa, fa parte dei colla¬ 
boratori da pochi mesi: 

— segue lo schedario 

— batte a macchina lettere e indi¬ 
rizzi 

— si occupa della diffusione. 

COLANGIONE Marco: è un giovane, 

diplomato in grafica; è portatore di 
handicap motorio: 


— è addetto alla battitura delle 
schede 

— scrive indirizzi per i solleciti. 

DI GIRARDI Cristina: è una giovane, 
con diploma magistrale e di stenodat¬ 
tilografia: 

— cura gli abbonamenti e si occupa 
delle targhette della spedizione 

— da qualche mese è impegnata ad 
« imboccare » i nominativi nel compu¬ 
ter. 

LIVI Natalia: è un’amica, diploma di 
assistente sociale, mamma di quattro 
figli: 

— fa parte della redazione: cura so¬ 
prattutto la recensione dei libri da pre¬ 
sentare 

— tiene in ordine e legge le riviste 
sull’handicap che riceviamo (circa 
trenta) 

— corregge le bozze 

— con Cristina è impegnata al com¬ 
puter. 

SCHULTHES Nicole: è un’amica, di¬ 
plomata in ergoterapia; fondatrice di 
Fede e Luce in Italia; madre di due fi¬ 
gli: 

— fa parte della redazione: visita 
scuole, centri, iniziative sull’handicap 
e, quando è il caso, le presenta sulla ri¬ 
vista 

— risponde alle richieste (per tele¬ 
fono o per lettera) di carattere pedago¬ 
gico o di informazione (scuole, centri, 
laboratori...) 

— segue la spedizione del giornale 
(ma non ha la colpa del ritardo con cui 
arriva nelle vostre case!) 


13 






— segue da vicino la composizione 
di ogni numero (ricerca le fotografie, 
sceglie con Sergio i titoli, il colore...) 

SCIASCIA Sergio: è un amico, spo¬ 
sato con due figli: 

— collabora alla revisione degli arti¬ 
coli 

— cura rimpaginato e tutta la mes¬ 
sa in opera della rivista nelle varie tap¬ 
pe della stampa. È lui, in poche parole, 
che prende testi e foto e ne fa una rivi¬ 
sta 

— visita e presenta con Nicole i 
centri e le iniziative sull’handicap. 

STEFANI Mirella: è una giovane 
amica, portatrice di handicap lieve: 

— cura l’ordine e la pulizia della re¬ 
dazione 

— prepara thè, caffè per la pausa 

— scrive a mano indirizzi, imbusta, 
affranca, timbra 

— ritira la posta, risponde al telefo¬ 
no 

— è addetta alle pubbliche relazioni 
con gli ospiti 

— la sua presenza è di grande aiuto 
psicologico per tutti. 

DOVE LAVORIAMO 

La redazione di Ombre e Luci si tro¬ 
va in un piccolo appartamento di Via 
Bessarione 30 a Roma. Era l’apparta¬ 
mento del portiere anni addietro. Ci è 
stato dato gratuitamente dai condomi¬ 
ni dello stabile (parenti stretti di Fran¬ 
cesco Gammarelli, papà di una bambi¬ 
na gravemente handicappata). 

La redazione è aperta tre volte alla 
settimana: MERCOLEDÌ - VENERDÌ - 
SABATO dalle 9.30 alle 12.30 - Tel. 06- 
636106. 

Nell’appartamento ci sono due stan¬ 
ze: in una c’è l’ufficio di redazione con 
gli schedari, i libri, le riviste, i classifi¬ 
catori, la segreteria, la contabilità. 

Nell’altra c’è il computer, le macchi¬ 
ne da scrivere, l'archivio, la fotocopia¬ 
trice. 

COME LAVORIAMO 

Poi ci siamo noi, che lavoriamo, par¬ 
liamo, discutiamo, prendiamo il caffè, 
rispondiamo al telefono, schediamo 
nomi, scriviamo lettere, indirizzi, cer¬ 
chiamo informazioni, e poi riparliamo, 
lavoriamo, corriamo... 


Fotografie di Stefano Leonardo 


14 
















C’è un clima diverso dagli altri uffici: 
un po’ perché fa freddo (siamo sempre 
alle prese con l’umido); un po’ perché 
lavoriamo come degli amici e non 
come degli impiegati. Metà del nostro 
lavoro è racconto dei casi urgenti, dif¬ 
ficili, per i quali cerchiamo insieme ri¬ 
sposte che spesso non troviamo; è di¬ 
scussione su come trovare soluzioni 
che non ci sono; è « compassione » nel 
senso giusto, di soffrire con persone 
che ci chiedono aiuto. 

Questa immersione nei casi difficili e 
sofferti ci fa dimenticare i nostri piccoli 
guai per cui è raro che si parli di noi e 
delle nostre preoccupazioni perché 
sono così piccole di fronte a quelle che 
bussano a Ombre e Luci. 

Per questo forse l’atmosfera è sem¬ 
pre piuttosto serena fra noi, alimenta¬ 
ta anche dalla presenza di Marco e Mi¬ 
rella che ci richiamano costantemente, 
senza dircelo, al perché del nostro im¬ 
pegno. 

L’altra metà del nostro lavoro consi¬ 
ste nel far funzionare l’ufficio: abbia¬ 
mo la coscienza di fare un lavoro serio 
e importante, ma, proprio per quella 
dimensione accennata prima, il lavoro 
d’ufficio ci sembra marginale: gli indi¬ 
rizzi un po’ storti, perché scritti da 
Marco e Mirella; le schede un po’ sca¬ 
rabocchiate; il computer che non fun¬ 
ziona; la fotocopiatrice che fa cilecca; 
la classificazione delle informazioni un 
po’ disordinata; la massa delle riviste 
da leggere che si accumulano; i pez¬ 
zetti di carta gialla seminati sui tavoli 
(tavolini in stile raccogliticcio) con vari 
richiami di cose da fare che aspetta¬ 
no... i reclami dei numeri che non arri¬ 
vano... ci sembrano cose così poco im¬ 
portanti di fronte alla mamma che 
chiama dalla Sicilia per dirci che ha or¬ 
mai 78 anni e che con il suo figlio di 40 
anni non ce la fa più... « Potete trovar¬ 
mi un posto per lui, ho deciso di ricove¬ 
rarlo... ». 

Ci diciamo fra noi con un’occhiata 
che siamo lì sprattutto per lei e per 
tutte le altre persone che come lei pos¬ 
sono ricevere da Ombre e Luci un po’ 
d’aiuto, non fosse che quello di poter 
parlare a cuore aperto con una perso¬ 
na che può capire e, se non altro, 
ascoltare. 




A pag. 14, foto in basso. Da sinistra: Mariangela, 
Mirella, Marco, Natalia, Nicole, Laura. 


15 












RADIOGRAFIA DI OMBRE E LUCI 

Case, 
iniziative, 
centri di 
accoglienza 


Presentati dal 1983 al 1989 


1983 

n. 1 — Il chicco una casa per Fabio 
e Maria 

— una casa famiglia per bambini 
handicappati senza famiglia 

— Via Ancona, 1 - 00043 Ciampino 

n. 2 — Per esempio a Vicenza 

— un centro di formazione 
professionale dell’Opera francescana 
« Caritas » di Vicenza per 
handicappati mentali non troppo 
gravi e senza handicap motorio grave 

— Opera Francescana « Caritas » - 
Via Raffaele Pasi, 25 - 36100 Vicenza 

1984 

n. 1 — Cottolengo e Don Guanella - 
Pregiudizi e realtà 

— due istituti tenuti da suore che 
accolgono persone handicappate 
mentali adulte di sesso femminile. Gli 
edifici sono stati ristrutturati e divisi 
in piccoli appartamenti 

— Cottolengo - Via Casal del Marmo, 
401 - 00135 Roma 

— Don Guanella femminile - Casa 
della Provvidenza - Via della Nocetta, 
23 - 00164 Roma 


n. 2 — Oltre la scienza, umanità e 
buon senso 

— Il Salviatino - Via Lungo l’Africo, 
240 - 50137 Firenze 

n. 3 — Casa Jada 

— una casa famiglia dell’OAMI 
(Opera Assistenza Malati' Impediti) 
prevalentemente per adulti 
handicappati fisici 

— Via Pomeria, 105 - 50017 Prato 

n. 4 — Prima che sia tardi 

— ambulatorio di riabilitazione con 
esami precoci su neonati e bambini 
con paralisi cerebrale 

— Ambulatorio - Viale Berchet, 1 - 
00152 Roma 

1985 

n. 1 — Ho scelto mio fratello 

— una sorella suscita la creazione di 
un laboratorio e di una casa-famiglia 
per il suo fratello in collaborazione con 
l’ANFFAS 

— attualmente chiuso 

n. 1 — Crescere insieme 

— una iniziativa di tempo libero 


16 




presso una parrocchia 

— Parrocchia di Cristo Re - Viale 
Mazzini, 32 - 00195 Roma 

n. 2 — Comunità e cooperativa « Il 
Girasole 

— comunità alloggio e cooperativa di 
lavoro per persone handicappate. 
Parrocchia, Comune e amici lavorano 
insieme 

— 35030 Tencarola e Salvezzano - 
Padova 

n. 3 — La casa di Gino 

— una colonia agricola dove vivono e 
lavorano insieme una cinquantina di 
adulti handicappati mentali. È tenuta 
da guanelliani 

— 22100 Lora - Rione di Como 

n. 3 — Cascina Nibai cooperativa 
fraternità: all’origine un papà 

— una comunità agricola di coppie 
con i loro figli e con persone con 
handicap 

— 20063 Cernusco su Naviglio (MI) 

n. 3 — Villa Olmo: abitando 
insieme, 7 ragazze e una suora 

— esperienza di tipo famiglia di una 
suora del « Don Guanella ». Con lei 
giovani adulte in una villetta in vista 
di un reinserimento 

— Via Appia Antica, 203 - 00178 
Roma 

n. 3 — Villa Pizzone - Il cancello 
aperto 

— comunità di famiglie (circa 60 
persone). 6 nuclei familiari, un gruppo 
di padri gesuiti, due anziani. Ognuno 
ha il suo appartamento e usufruisce di 
locali comuni. Accoglienza per 
persone con handicap o in difficoltà 

— Villa Pizzone - Piazza Villa Pizzone, 

3 - 20156 Milano 

n. 4 — Qui integrazione non è una 
parola 

— Istituto « Medaglia miracolosa » 
Viciomaggio 

— Scuola materna e scuola 
elementare parificata di 203 bambini 
con gravi problemi. Ogni classe non 
ha più di 10 allievi. Tempo pieno. 


Centro di addestramento 
professionale per ragazzi con 
problemi. Riabilitazione. Accoglienza 
anche notturna per bambini con 
problemi e lontani dalla famiglia 

— 52040 Viciomaggio (Arezzo) 

1986 

n. 1 — Vede sente e parla 
attraverso le mani 

— istituto medico-psico-pedagogico 
per circa 25 bambini plurihandicappati 
(sordi, cieechi e con problemi di 
comportamento). L’Istituto è stato 
creato dalla Lega del Filo d’Oro 

— La Nostra Casa - 60027 Osimo (AN) 

n. 3 — Casa Sacra Famiglia 

— "istituto medico-psicopedagogico 
per giovani handicappate psichiche di 
età superiore a 14 anni. È gestito da 
suore del Don Guanella. Casa di 
riposo per donne anziane 
handicappate psichiche e normali non 
autosufficienti 

— Casa Sacra Famiglia - 45025 Fratta 
Polesine (RO) 

n. 4 — Vederli migliorare 

— cooperativa di intervento e centro 
di consulenza, terapia e riabilitazione 
per bambini con lesioni cerebrali, 
danni genetici, ritardi mentali. 

Metodo Delacato. 

— Via Felisatti, 62F - 30175 Mestre 

1987 

n. 1 — Questa casa famiglia è una 
risposta: quando i genitori si 
rimboccano le maniche 

— casa famiglia attorno a una coppia 
con due fighe handicappate mentali. 
Accoglie 10 adulti handicappati, 
educatori e obiettori di coscienza. 
Laboratori all’interno della casa. 
Collaborazione con l’associazione 

« La Nostra Famiglia » 

— Via Repubblica - 24060 Endine 
Gaiano (BG) 

n. 1 — Crescere con il lavoro 

— centro di lavoro guidato 
dall’Associazione « Nostra Famiglia », 
esemplare per il livello scientifico e la 


17 






qualità umana. Per giovani adulti 
handicappati mentali. 

— 33078 San Vito a Tagliamento 
(Pordenone) 

n. 2 — Fame di normalità 

— una storia di accoglienza per 110 
ragazzi difficili che hanno prima di 
tutto bisogno di una famiglia normale. 
Gruppo di famiglie e un sacerdote 

n. 4 — Il chicco - Casa famiglia 
dell'Arches 

— accoglie quattro bambini con gravi 
handicap motori e psichici - senza 
famiglia. La nuova casa l’« Ulivo » 
aperta nel 1989 accoglie sei ragazzi 
(maschi e femmine) con handicap 
mentali 

— Via Ancona, 1 - 00043 Ciampino 

1988 

n. 1 — Comunità terapeutica di 
Primavalle 

— 15 pazienti (malati mentali), 12 
operatori che lavorano in tre turni 

— Via Sant’Igino Papa, 281 - 00168 
Roma 

n. 1 — Villa S. Giovanni di Dio 

— istituto psichiatrico. 346 ospiti, 5 
religiosi, 180 operatori. Malati mentali 
e handicappati mentali adulti e molti 
anziani, di sesso maschile 

— Via Fatebenefratelli, 2 - 00045 
Genzano (Roma) 

n. 2 — Lavorando insieme 

« pomeriggio chiamato laboratorio » 

— iniziativa di un pomeriggio di 
tempo libero a forma di laboratorio 
per un gruppo di 12 persone, 
handicappati e amici 

— Iniziativa Fede e Luce presso la 
Parrocchia SS Protomartiri - Via 
Innocenzo XI - 00165 Roma 

n. 2 — A scuola per stare insieme 

— un sabato mattina di lavori 
manuali fra persone con handicap e 
amiche 

— iniziativa FEDE e LUCE presso Lia 


Antonioli - via Chopin, 13 - 20141 
Milano 

n. 3 — A braccia aperte 

— un gruppo di giovani fa uscire 
dall’ospedale o istituto (oppure va a 
cercare in famiglia) dei bambini 
handicappati per passare il week-end 
insieme 

— in Francia 

n. 4 — Casa del Sole - Casa della 
Serenità 

— scuola speciale, servizio scastico e 
riabilitativo per bambini cerebrolesi 
da 3 a 13 anni. Corso professionale da 
13 a 16 anni. Numerose attività. Alto 
livello pedagogico. Piccola sezione per 
gravissimi 

— 46010 San Silvestro di Curtatone 
(Mantova) 

1989 

n. 2 — Perceval 

— un luogo per vivere e per imparare 
a vivere 

— comunità di famiglie con i loro 
bambini e qualche bambino con 
handicap in ognuna. Scuola e attività 
di pedagogia Steiner. Numerose 
attività agricole artigianali e culturali 

— in Svizzera 

n. 3 — Cooperativa Spazio Aperto 

— cooperativa di lavoro con settore 
agricolo, laboratorio e supporto per i 
disabili nella scuola. Cooperativa 
creata conia collaborazione 
dell’ANFAS 

— sede operativa: Viale delle 
Rimembranze di Lambrate, 7 - 20134 
Lambrate Milano 

n. 4 — Le Case della Carità 

— una straordinaria risposta alle 
difficoltà delle persone disabili e 
rifiutate e anche alla crisi della 
parrocchia. 32 case al centro delle 
comunità parrocchiali 

— Congregazione delle Case della 
Carità - via S. Girolamo 24 - 42100 
Reggio Emilia 


18 




Alessandro, Guendalina e 
Magali hanno sette anni e, 
come tutti i bambini di que¬ 
sta età, suscitano tenerezza. 

Magali, però, non sa fare 
le scale da sola; Alessandro 
non sopporta che una perso¬ 
na che non conosce entri 
nella sua sfera personale; 
Guendalina, quando riempie 
un bicchier d’acqua da una 
caraffa, « dimentica » di rad¬ 
drizzare quest'ultima e così 
tutto il contenuto va sulla 
tovaglia... 

Tutti e tre hanno grandi 
problemi di comunicazione 
con il mondo esterno; insie¬ 
me a qualche migliaio di 
francesi, sono affetti dalT- 
handicap dettò « autismo ». 

Questo handicap — che 
colpisce 15 persone su 
10.000 e un maschio su tre 
femmine — è stato per lun¬ 
go tempo considerato come 
un blocco psicologico fonda¬ 
to sul rapporto madre-figlio. 
Da qualche anno, si fanno 
strada nuove teorie in pro¬ 
posito: l'autismo, come il 
mongohsmo, avrebbe un’ori¬ 
gine non psicologica, ma 
neurologica. Un ’alterazione 
dei cromosomi sarebbe forse 
alla base di questo mondo 
interiore che ognuno di que¬ 
sti bambini si costruisce per 
sfuggire la realtà. L’autismo 
non si guarisce. 

Apertura delle scuole, set¬ 
tembre '89: Magali, Guen¬ 
dalina, Alessandro, vanno a 
scuola, tre giorni alla setti¬ 
mana nel Collegio dei Piccoli 
Cantori dalla croce di legno 
a Glaignes. Questo è un col¬ 
legio un po' diverso dagh al¬ 
tri: 108 bambini, dalla voce 
celebre nel mondo intero, 


Bambini 
autistici 
a scuola 


Di Pascal Neau 
Su Courier Picard - gen. '90 


seguono le elementari e le 
medie. 

Una maestra specializzata 
e un ’educatrice sono le inse¬ 
gnanti a tempo pieno dei tre 
bambini. Ci spiegano: « I 
bambini autistici non posso¬ 
no seguire la scolarità nor¬ 
male. Per ora diamo loro dei 
corsi che corrispondono al¬ 
l’asilo. L’obiettivo che ci pro¬ 
poniamo è insegnar loro ad 
adattarsi, a socializzare con 
gli altri bambini della scuo¬ 
la ». 

Per loro c’è una piccola 
aula dove le due giovani in¬ 
segnanti raccontano storie, 
fanno fare disegni e colla¬ 
ges, organizzano giochi 
d’osservazione: « Ogni bam¬ 
bino ha un grado di autono¬ 
mia diverso. Le loro acquisi¬ 
zioni sono molto eteroge¬ 
nee; per esempio, uno di 
loro manipola con molta de¬ 
strezza i giochi elettronici, 
ma non va da solo in ba¬ 
gno ». 

Ogni bambino ha un tavo¬ 
lo personale; qui l’insegnan¬ 
te gli affida un lavoro in fun¬ 
zione delle sue capacità e 
dei suoi centri di interesse. 


Iprogressi più notevoli av¬ 
vengono fuori della classe; 
durante la giornata, Ales¬ 
sandro, Guendalina, Magali, 
stanno con gli altri bambini. 
« Giocano con loro in cortile 
durante la ricreazione, man¬ 
giano insieme alla presenza 
degli altri », spiega la mae¬ 
stra. « I bambini autistici si 
costruiscono dei punti di ri¬ 
ferimento tutti loro, con riti a 
volte incomprensibili. Per 
loro, il semplice fatto di sta¬ 
re vicino ai bambini e al per¬ 
sonale della scuola, implica 
una buona dose di frustra¬ 
zioni. Queste sono molto im¬ 
portanti perché attraverso 
di esse, imparano che non si 
può far tutto e che non tutto 
è loro dovuto. Poco per vol¬ 
ta, capiscono che non posso¬ 
no fare quello che vogliono 
con le cose degli altri; sco¬ 
prono che ci sono dei limiti, 
delle regole da rispettare. 
Una volta passata la prima 
frustrazione, tutto poi va 
meglio ». 

E così Magali ha imparato 
a mangiare da sola, Guenda- 
Una non versa più tutta l’ac¬ 
qua della caraffa sulla tavo¬ 
la, Alessandro accetta poco 
per volta la presenza di un 
estraneo accanto a sé. 

Questa esperienza di so- 
ciahzzazione è una delle pri¬ 
me in Francia. 

Quando i bambini avranno 
raggiunto l’età adulta, 
avranno più facilità di evol¬ 
versi in un ambiente sociale 
normale: a Vogliamo dar 
loro il massimo delle possibi- 
htà per vivere il meglio pos¬ 
sibile nella società! » spiega 
ancora una delle due educa¬ 
trici. 


19 










Jean Vanier - 
Un profeta del 
nostro tempo 
di Gilles Lavarrière 
Ed. Messaggero Padova 

Questo libro rappresenta 
una sfida. Meglio, questo li¬ 
bro rappresenta una conso¬ 
lazione. È una sfida perché 
ci induce, con parole aperte 
e forti, al riconoscimento di 
tutte le nostre fragilità, di 
tutte le nostre limitazioni, 
di tutti i nostri egoismi, ed 
è una consolazione perché, 
proprio di questo riconosci¬ 
mento, fa la condizione di 
un cammino di crescita, di 
fratellanza, di amore. Que¬ 
sto cammino Jean Vanier 
l’ha percorso insieme agli 
handicappati, insieme alle 
« persone ferite », come lui 
li chiama: egli ne ha impa¬ 
rato con loro e attraverso 
loro, tutte le particolarità, 
gli ostacoli, ed anche le dol¬ 
cezze; questo cammino ha 
rappresentato per lui e per 
tanti che hanno lavorato 
con lui rincontro con Gesù, 
il Dio nascosto nel cuore 
della povertà e della soffe¬ 


renza umana. Il piccolo è ri¬ 
velazione di Dio. Jean Va¬ 
nier dice: « Nella sua po¬ 
vertà radicale, nella sua fe¬ 
rita evidente, si trova na¬ 
scosto il mistero della pre¬ 
senza di Dio » (La commu- 
nauté lieu du pardon et de 
la fète, pag. 47). 

L’autore, un teologo lau¬ 
reato a Montreal e attual¬ 
mente insegnante nella 
scuola Saint-Sacrament di 
Torrebonne, ha vissuto per 
vari mesi presso l’Arca di 
Haiti e ha lavorato a lungo 
vicino a Jean Vanier coin¬ 
volto nella sua causa a fa¬ 
vore degli handicappati e 
immerso nello spirito che 
l’anima. 

In questo libro egli riper¬ 
corre, tappa dopo tappa, la 
vita e l’opera di Jean Va¬ 
nier approfondendone i 
punti salienti e l’originalità 
del pensiero con estrema 
precisione ed estrema chia¬ 
rezza. 

Quando ho letto questo 
libro non conoscevo Jean 
Vanier che di fama e pensa¬ 
vo, come essenzialmente è 
vero, che egli si rivolgesse, 
con la parola e con l’azione 
soltanto ai più derelitti e 
alle persone che con lui ne 
prendevano cura. Ora so 
che questa è soltanto una 
parte della verità, perché 
egli si rivolge a tutti quan¬ 
do ripete che le persone 
portatrici di handicap ci in¬ 
ducono al riconoscimento 
delle debolezze e delle feri¬ 
te che ognuno di noi porta 
dentro di sé. « Perché » 
come egli osserva « siamo 
tutti feriti, feriti dalla ma¬ 
lattia, dall’handicap o dalla 


morte di una persona cara, 
feriti dal passato e dalla 
non-accettazione di noi 
stessi, feriti dai soprusi nel 
lavoro e soprattutto nella 
vita relazionale; feriti dagli 
odii e dalle paure, dai rifiuti 
di perdono, dalle emargina¬ 
zioni, dai blocchi tra perso¬ 
ne e gruppi, feriti dalle no¬ 
stre infedeltà, dai nostri 
peccati » (Homme et fem- 
me il les fit, pag. 195). 

Davanti a questa presa di 
coscienza ognuno prova il 
desiderio di una liberazio¬ 
ne, di una guida. Questo 
avviene nelle comunità del¬ 
l’Arca e può avvenire an¬ 
che altrove: i più piccoli, i 
più derelitti, i più feriti ci 
possono insegnare a cam¬ 
minare nella semplicità e 
nell’amore, nell’umiltà e 
nella pazienza, e ci prendo¬ 
no per mano per condurci, 
insieme a loro, verso il Li¬ 
beratore, il Dio nascosto. 

L’opera di Jean Vanier 
iniziò con queste premes¬ 
se. Egli accolse presso di sé 
due handicappati mentali, 
Raffaele e Filippo. Poco 
dopo veniva nominato di¬ 
rettore di Val Fleuri, una 
casa per uomini portatori di 
handicap. « Sotto molti 
aspetti » egli racconta 
« ero ignorante. Avevo 
molto da imparare tanto ri¬ 
guardo alle persone handi¬ 
cappate quanto riguardo 
alla vita comunitaria ». (Vi- 
vre une alliance dans les 
foyers de l’Arche, pag. 5). 
Accettò di mettersi alla 
scuola dei poveri e più vol¬ 
te, in seguito, espresse tut¬ 
ta la sua riconoscenza per 
questi piccoli che per lui 


20 













» 


t 


erano stati dei maestri. 

E aggiungeva: « Com¬ 
passione, una parola piena 
di significato: dividere la 
stessa passione, la stessa 
sofferenza, la stessa ago¬ 
nia, è accogliere nel mio 
cuore la miseria del tuo 
cuore, fratello mio ». (Ton 
silence m’appelle, pag. 46). 

Ben presto la comunità si 
ampliò e si moltiplicò. 

Nel 1971 iniziò un movi¬ 
mento che dalle esperienze 
dell’ARCA aveva tratto im¬ 
pulso e ricchezza spiritua¬ 
le, il movimento di « Fede e 
Luce ». Di esso fanno parte 
le persone handicappate, le 
loro famiglie e gli amici per 
momenti di scambio, di ce¬ 
lebrazioni e di preghiera. 

Nel 1972 fu fondata la Fe¬ 
derazione Internazionale 
dell’Arca con fondazioni 
anche in Africa, in India e 
Haiti. Le comunità dell’Ar¬ 
ca oggi sono costituite da 
uomini e da donne ferite 
nel loro corpo e nella loro 
psiche, da assistenti che 
hanno scelto di vivere con 
loro, da professionisti che 
condividono gli scopi del¬ 
l’opera pur senza vivere in 
comunità e dai membri del 



rivista mensile oer una 
cultura aeir hanaicap 
68 oagine illustrate 
Un panorama comoieto ai 
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consiglio di amministrazio¬ 
ne che sostengono la causa 
del movimento. 

In più i genitori degli 
handicappati, gli amici, i vi¬ 
cini e gli abitanti del villag¬ 
gio o del quartiere vi trova¬ 
no anch’essi un posto privi¬ 
legiato. Essi testimoniano 
la possibilità di una vita co¬ 
munitaria basata sull’amo¬ 
re, nella gioia e nella pace, 
e l’attuahtà della predica¬ 
zione delle beatitudini. 

Jean Vanier chiede agli 
assistenti dell’Arca « di 
avere questa convinzione 
profonda, che essi riceve¬ 
ranno molto più dai poveri 
di quanto potranno portare 
loro » (Vivre une alliance 
dans les foyers de l’Arche, 
pag. 56). « Vivere insieme a 
chi è ferito significa entrare 
in relazione reciproca e vi¬ 
vere l’interdipendenza con 
lui », aggiunge l’autore. 

Dicevo all’inizio che que¬ 
sto libro portava una sfida 
e una consolazione. Mi vie¬ 
ne ora naturale aggiungere 
che da esso possiamo trar¬ 
re speranza, fiducia e impe¬ 
gno ad agire. 


Natalia Livi 


Segnalateci Articoli, Libri, Film 

Se vi capita di leggere o vedere articoli libri film che 
meritano di esser conosciuti o diffusi, segnalateceli. 
Renderete un servizio alle persone interessate ai pro¬ 
blemi dell'handicap. 


21 




















Corso per corrispondenza 
per genitori 
di bambini Down 

Questo opuscolo (32 pa¬ 
gine) è il primo di dieci. È 
l’introduzione del corso e si 
svolge ai genitori che han¬ 
no un figlio Down (da 0 a i 
6/7 anni). 

Ecco i titoli dei nove capi¬ 
toli, uno per ogni opuscolo. 

1. Sviluppo motorio - Im¬ 
parare a comunicare. 

2. Sviluppo dei movi¬ 
menti fini - Conoscere se 
stessi e capire l’ambiente. 

3. La vita di ogni giorno - 
Sviluppo cognitivo. 

4. Chi insegna in pratica 
al vostro bambino - Tutti 
possono essere di aiuto. 

5. Il concetto che il bam¬ 
bino ha di se stesso - Un 
ambiente adatto e dei limiti 
precisi. 

6. Lo sviluppo sociale - 
Quando si comincia ad im¬ 
parare. 

7. Verso l’indipendenza - 
I sentimenti del vostro 
bambino. 

8. La sicurezza in casa e 


fuori casa - La salute del 
bambino. 

9. Il vostro bambino 
come membro della società 
- Il vostro bambino e la 
scuola. 

Abbiamo letto questa in¬ 
troduzione con interesse e 
simpatia. Il tono è caloroso 
e semplice, la presentazio¬ 
ne chiara e piacevole, ma è 
soprattutto il contenuto 
che ci spiega a suggerirlo e 
a raccomandarlo. 

Questo corso è stato 
ideato dall’autore perché 
« i genitori costituiscono la 
riserva educativa più im¬ 
portante che hanno i bam¬ 
bini (principio n. 1) »; per¬ 
ché « i bambini hanno la 
più grande possibilità di 
apprendimento durante gli 
anni che precedono la 
scuola elementare (princi¬ 
pio n. 5) » e perché « i geni¬ 
tori vogliono imparare a 
sfruttare nel miglior modo 
possibile il tempo che 
spendono con il loro bambi¬ 
no » (principio n. 6)... » 

La simpatia e compren¬ 
sione per i genitori da parte 
dell’autore è molto eviden¬ 
te. Fra l’altro, riconosce 
loro « il diritto di essere ar¬ 
rabbiati », il diritto di « por¬ 
re dei limiti », e quello di 
« non essere sempre entu¬ 
siasti ». Tutti i suoi consigli 
sono pieni di buon senso, 
espressi con pacatezza. 
Anche l’elenco dei bisogni 
del bambino è completo, 
senza parole complicate o 
inutili. 

Segue poi una spiegazio¬ 
ne semplice e scientifica in¬ 
sieme, su che cos’è la sin¬ 
drome Down e su alcuni 


problemi medici relativi 
alla stessa. Alla fine il geni¬ 
tore è invitato a scrivere 
degli appunti, a compilare 
e spedire un questionario. 

La qualità di questa in¬ 
troduzione al corso vero e 
proprio fa pensare bene dei 
capitoli che seguiranno e 
che, ci auguriamo, saranno 
seguiti da qualche genito¬ 
re: infatti, più ancora che 
per gli altri bambini, « per il 
bambino Down il compor¬ 
tamento della sua famiglia 
nei suoi riguardi, influenze¬ 
rà decisamente il suo com¬ 
portamento ». 

* Per i genitori il Corso è 
gratuito : possono dare un 
contributo libero. 

L’iscrizione al Corso può 
essere fatta in qualsiasi pe¬ 
riodo dell’anno. 

Scrivere al Servizio di 
Consulenza • Pedagogica - 
Via Druso 7 - 38100 Trento, 
specificando il nome e l’età 
del bambino o della bambi¬ 
na. 

Tel. (0461) 23.95.95 

Il Direttore del Corso 
dr. Salvatore Lagati 


Gli altri corsi per corri¬ 
spondenza del Servizio di 
Consulenza di Trento: 

• Corso per corrispon¬ 
denza per genitori di bam¬ 
bini audiolesi 

• Corso per corrispon¬ 
denza per genitori di bam¬ 
bini videolesi 

• Corso per corrispon¬ 
denza per genitori di bam¬ 
bini sordociechi 


22 








Lucia Bertolini nuova responsabile 
P. Giuseppe Serighelli nuovo assistente 

Incontro comunità F.L. d’Italia 


Dal 7 al 10 dicembre 1989 
si è tenuto rincontro nazio¬ 
nale delle comunità Fede e 
Luce d’Italia. Durante rin¬ 
contro è avvenuta 1’elezione 
del nuovo responsabile na¬ 
zionale; la scelta è andata a 
Lucia Bertolini, sposa e 
mamma di cinque figli, da 
tempo impegnata nel movi¬ 
mento. A lei e al nuovo assi¬ 
stente nazionale, P. Giusep¬ 
pe Serighelli, un augurio di 
cuore. 

All’incontro era stato invi¬ 
tato il vice coordinatore in¬ 
ternazionale, Marcin Prze- 
ciszewski, polacco. Riportia¬ 
mo un estratto del suo reso¬ 
conto sulla visita in Italia, 
dove parla dell’impressione 
ricevuta da Fede e Luce: 

« Ho avuto l’impressione 
che FL in Italia rappresenta 
uno dei migliori modelli nel 
mondo: nelle comunità ci 
sono moltissimi giovani; allo 
stesso tempo molti genitori 
hanno trovato nelle comuni¬ 
tà il loro posto. La maggior 
parte delle persone che ho 
incontrato e con le quali ho 
parlato, mi sembra impe¬ 
gnata a FL in modo molto 
profondo; molti di loro si 
chiedono come poter vivere 
la loro vocazione di FL nella 
vita quotidiana, privata e 
professionale. 

Una caratteristica che ho 


notato è la buona animazio¬ 
ne, nel vero spirito di Fede e 
Luce. Gli italiani hanno 
un’immaginazione molto ric¬ 
ca, ma ogni dettaglio è adat¬ 
to alle persone con handi¬ 
cap. 

Durante una sera, in una 
veglia c’era un mimo che do¬ 


li cammino di una comuni¬ 
tà è fatto di tanti piccoli pas¬ 
si quotidiani; così piccoli, a 
volte, che quasi non ci accor¬ 
giamo della strada che stia¬ 
mo facendo finché non rag¬ 
giungiamo cose più grandi 
di noi, di fronte alle quali 
possiamo solo meravigliarci 
e dire grazie al Signore. 

Noi di « Camminiamo in¬ 
sieme » abbiamo vissuto 
uno di questi momenti spe¬ 
ciali il 24 settembre scorso: 
in quella domenica, Paolo e 
Gianfranco — due fratelli 
adulti della nostra comunità 
— erano in mezzo ai ragazzi 
della parrocchia di Marzoc- 
ca, felicissimi di ricevere il 
sacramento della Cresima. 
Nello stesso giorno, Lucia, 
una bimba che tutti amiamo 


yeva introdurre la preghiera. 
È stato, per me, ottimo: un 
giovane cerca il suo posto 
nella vita che gli sembra as¬ 
surda e scopre pian piano la 
verità dell’amore. Tutto era 
molto semplice e accessibile 
alle persone con handicap e 
nello stesso tempo a un alto 
livello di arte drammatica. 
Gli Italiani hanno dei doni ti¬ 
pici quali la facilità dei con¬ 
tatti, una grande apertura, 
un senso forte dell’umori¬ 
smo e prima di ogni cosa, 
molta gioia naturale. Questa 
gioia traspare dalle loro co¬ 
munità. 


molto, ha ricevuto la prima 
Comunione. P. Danilo mi 
aveva chiesto di seguirla un 
pochino nei giorni preceden¬ 
ti e di esserle vicina anche 
durante la cerimonia. 

Grazie a Lucia, ho scoper¬ 
to ancora una volta la pro¬ 
fonda bellezza dei sacra¬ 
menti, forse nella loro più in¬ 
tima essenza: la bellezza di 
« chiedere scusa a Gesù » 
per come siamo, di attende¬ 
re con trepida gioia quel 
« pane fino fino che è 
Gesù ». 

Qualcuno crede ancora 
che alcune persone non pos¬ 
sono ricevere i sacramenti 
perché non sono in grado di 
« capirli ». Io mi chiedo se ci 
sia da capire molto più di 
quello che ha capito Lucia o 


Dal gruppo « Camminiamo Insieme » di Marzocca 

« Quel pane fino fino... » 


23 







vita di Fede e Luce 


se non si tratti, piuttosto, di 
« vivere » i sacramenti. 

Lucia ha vissuto con tutta 
se stessa la gioia del perdo¬ 
no e della Comunione. E 
Paolo e Gianfranco parlano 


Chiara Frassineti, respon¬ 
sabile della Comunità di S. 
Silvia a Roma, è stata tre 
mesi in una casa Arche in 
Honduras. Ci racconta la sua 
esperienza. 

Fotografìe di Chiara F. 


ancora spesso della loro Cre¬ 
sima: come potranno non 
essere nel mondo testimoni 
di Cristo coloro ai quali sono 
state rivelate grandi cose? 

Stefania 


L’Honduras è uno dei pae¬ 
si dell’America centrale, si¬ 
tuata tra il Nicaragua, il Sal¬ 
vador e il Guatemala. 

Tredici anni or sono, è co¬ 
minciata anche qui l’avven¬ 
tura dell’Arche. 

Oggi sono tre i foyers in 


Honduras, due nella perife¬ 
ria della capitale, Teguciga- 
plupa, ed uno nel sud del 
paese, a Cheluteca. Qui nel¬ 
la casa di S. José ho vissuto 
da agosto a novembre dello 
scorso anno. 

La comunità è molto gio¬ 
vane e non è ancora ben 
strutturata come le case del¬ 
la capitale. Quattro anni fa, 
il Vescovo di Cheluteca se¬ 
gnalò la difficile situazione 
di Sulema, una ragazza mol¬ 
to disturbata nella mente, 
che aveva allora tredici anni. 
In seguito alla morte della 
mamma, l'unica che si occu¬ 
pava di lei, Sulema cominciò 
a vivere per la strada, scher¬ 
nita ed oltraggiata da alcuni 
vicini, sia per il suo aspetto 
un po’ goffo, sia per i suoi 


In una comunità Arche dell’Honduras 

Quanto poco basta! 



24 



















modi un po’ aggressivi di re¬ 
lazionarsi, che spesso inti¬ 
morivano, finché venne in¬ 
ternata in un ospedale psi¬ 
chiatrico della capitale. 

Pilar, una giovane, accolse 
l’invito del vescovo; venne 
cercata una casa, in un quar¬ 
tiere vicino a quello dove 
aveva vissuto Sulema; una 
casa semplice, come tutte le 
altre, con le mura di fango e 
rami, il tetto a tegole. 

Pilar è stata affiancata per 
due anni da Melba, una ra¬ 
gazza honduregna; accolse¬ 
ro Sulema, Mela e due fratel¬ 
li, Felipe e Santos. 

Questi, durante la mia 
permanenza erano assenti, 
essendo ospitati in due altre 
comunità. 


Una signora, che vive con 
la sua famiglia a pochi isolati 
dalla casa, veniva tutti i 
giorni a condividere la no¬ 
stra giornata; con grande di¬ 
sponibilità, voleva bene a 
ciascuno come fosse un fi¬ 
glio; tutti la chiamavano ma- 
mita Andrea. C’è poi Che- 
ma, un ragazzo di una trenti¬ 
na d’anni, i cui genitori sono 
parecchio anziani, che vive¬ 
va parte della giornata vaga¬ 
bondando ed elemosinando. 
È molto esile, avanza incerto 
con l'aiuto di un bastone e i 
bambini si divertono a fargli 
perdere l'equilibrio. Da un 
anno Chema raggiunge la 
comunità ogni mattina, trat¬ 
tenendosi fin dopo il pranzo, 
rendendosi utile nel taglio 
della legna. 

La vita della casa S. José è 


molto semplice. Al mattino 
presto, mi ritrovavo con Pilar 
e Melba nella cappellina per 
un momento di adorazione; 
poi una di noi svegliava le 
ragazze e le aiutava a prepa¬ 
rarsi, un'altra preparava la 
colazione, un’altra riordina¬ 
va la casa. 

A colazione avevamo sem¬ 
pre qualche ospite di pas¬ 
saggio (così come a pranzo) 
e condividevamo con lui 
quello che c’era. Spesso era 
nostra ospite Lupita, con 
uno dei suoi quattro bambi¬ 
ni. La famiglia di Lupita è la 
famiglia più vicina alla casa 
e fin dall’inizio è stata vici¬ 
na, solidale e disponibile. Le 
sue bambine giocano volen¬ 
tieri con Mela o Sulema; se 
manca qualcosa in cucina, 
basta dare una voce, e se 
qualcuno di noi andava al 
mercato, era l’occasione per 
ricambiare il favore. 

Durante il giorno ognuno 
ha il suo lavoro nella casa. 
Mela lavora in cucina con 
mamita Andrea e aiuta a 
preparare prenzo e le tortil- 


25 















las per la cena. Chema taglia 
la legna che serve per cuci¬ 
nare; Sulema si occupa di 
trasportare i pezzi di legna 
da fuori in cucina. Gli altri 
hanno lavori che variano a 
seconda delle esigenze: un 
giorno c’è il tetto da riparare 
per evitare che la cucina si 
allaghi quando piove. Un 
giorno si ricavano cuscini da 
un vecchio materasso di 
gomma piuma; un giorno si 
imbianca una parete, un al¬ 
tro si ricompone una parete 
che per il caldo e il secco si è 
tutta scrostata. Ovviamente 
non manca mai la roba da la¬ 
vare, raccomodare, la spesa 
da fare in città e resta sem¬ 
pre poi il tempo per stare 
con la gente. Qui, vicini alla 
campagna, la gente vive 
prevalentemente fuori dalle 
case; per le strade sono rare 
le macchine; la strada non è 
asfaltata. In casa poi, di soli¬ 


to piccola e buia, non c’è un 
gran che da fare. Una sedia, 
due amache, un tavolinetto 
in un angolo, una cassa dove 
tenere i vestiti di tutta la fa¬ 
miglia; questo è in media lo 
scarno arredamento (c’è 
qualcuno che ha di più, ma 
parecchi non hanno nemme¬ 
no questo). 

Così le donne si incontra¬ 
no fuori, magari andando al 
mulino: parlano tra loro del 
prezzo del mais che è salito 
alle stelle; del precario lavo¬ 
ro dei mariti o dei figli. Il sud 
è la regione più povera del 
paese, in parte per le insta¬ 
bili condizioni del clima sub- 
tropicale che alterna piogge 
diluviali a siccità estreme; in 
parte perché la terra è in 
mano di pochi latifondisti. 


Il pomeriggio è il momen¬ 
to delle visite. Diverse per¬ 
sone venivano a trovarci per 
sapere come stavamo, per 
aiutarci in quello che pote¬ 
vano, per condividere qual¬ 
che momento della vita della 
comunità. 

Spesso eravamo noi ad an¬ 
dare in visita. Il martedì, ad 
esempio, si andava con Sule¬ 
ma da Clorinda e Luis: han¬ 
no sei figli, di cui tre handi¬ 
cappati. Ricordo la prima 
volta — era il secondo gior¬ 
no che mi trovavo a Chelute- 
ca — in cui entrai nella loro 
casa. 

Mi sentivo a disagio, in¬ 
gombrante, mi sentivo 
« gringa » (termine popolare 
per indicare uno straniero); 
straniero per loro è sinonimo 




26 










Vita, di Fede e Luce 


di opulenza. Un odore pe¬ 
sante impregnava l'aria: in 
una delle due amache, av¬ 
volta in poveri panni, c’era 
Sandrita, una piccola bimba 
di 15 anni; il suo sguardo in 
cerca di qualcosa, si muove¬ 
va lento per scorgere i nuovi 
ospiti. Letizia correva per la 
casa passando dalla stanza 
alla cucina e facendo poi il 
giro dall’esterno per poi ri¬ 
tornare, una risatina e via di 
nuovo; Naum anche lui 
come la sorella correva sen¬ 
za requie, rifiutando ogni 
tipo di indumento, in cerca 
convulsa di una manciata di 
pasta di mais o di capelli di 
Letizia. Alexi e Luisito gio¬ 
cavano con trottole di legno 
e Antonia, la maggiore, al la¬ 
vatoio era intenta a lavare, 
con un minuscolo pezzo di 
sapone, un monte di panni 



in un'acqua riempita di terra 
e altro da Naum. Luis era 
fuori per il lavoro. 

Clorinda ci accolse con un 
grande sorriso cordiale. Le 
ho sempre visto questo sor¬ 
riso, anche quando, al mo¬ 
mento della mia partenza, 
era molto malata. Ci invitò a 
sederci sull’amaca libera, 
riesumò una sedia, che, ap¬ 
poggiata ad una parete, po¬ 
teva andare. Tutto quello 
che c’era nella sua casa era 
a nostra disposizione. Scom¬ 
parve in cucina e riapparve 
con due piatti con tortillas 
calde e fagioli. I piatti eano 
solo per noi ospiti. Mi senti¬ 
vo veramente di troppo; 
avevo visto che in cucina 
esisteva una sola pentola 
con dentro un po' di fagioli. 

I poveri mancano spesso 
dall’essenziale ma sono 


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pronti altrettanto spesso a 
condividere quello che han¬ 
no. Dovevo imparare a saper 
ricevere. In quei pochi mesi 
mi son dovuta confrontare 
con quelli che sono i bisogni 
fondamentali dell’uomo, con 
l’essenzialità. 

Come sono poche le cose 
che bastano ad una donna, 
ad un uomo, ad un bambino 
per vivere ed essere sereni. 

Come pensare allo spreco, 
al consumismo, al benesse¬ 
re, all’individualismo del no¬ 
stro NORD che da troppo 
tempo vive nella sola ricerca 
del dominio. Come non rico¬ 
noscere che il mondo è cru¬ 
delmente e pericolosamente 
lacerato da divisioni. Credo 
che ogni essere umano è 
prediletto da Dio, che ogni 
essere umano ha la stessa 
dignità di fronte a Lui. Allora 
credo che dobbiamo uscire 
dal mondo dell’indifferenza 
e lasciarci interrogare pro¬ 
fondamente dal mistero del¬ 
le beatitudini. 

>£ - 


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Grazie ai lettori che inviano quote di abbonamento 
maggiori: ci permettono di mandare Ombre e Luci a 
persone che hanno difficoltà a pagare la quota. 

Grazie alle persone che rinnovano l'abbonamento alla 
scadenza risparmiandoci la spesa e il lavoro peri solleciti. 


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Nell’anno 1989 più di ottocento persone hanno 
ricevuto Ombre e Luci gratis. Ricordiamo che 
questa diffusione promozionale dura un anno, 
per dar modo di conoscere bene la rivista prima 
di abbonarsi. 


Per chi non ha rinnovato l'abbonamento 1990 
- (ordinario L. 15.000 - sostenitore L. 30.000) 
Intestare a : 

Associazione Fede e Luce - Via Cola di Rienzo, 
140 - 00192 Roma 
C.C.P. n. 55090005 


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Ecco, faccio 
una cosa nuova: 
proprio ora 
germoglia, 
non ve ne 
accorgete? 


ISAIA